Approccio induttivo all'inerranza della Scrittura


Si intende per "approccio induttivo all'inerranza della Scrittura" quell'approccio che formula una dottrina sulla Scrittura a partire dagli apparenti errori e contraddizioni che ne rileva. Si tratta di un approccio eminentemente scorretto perché, ignorando ciò che le Scritture stesse dicono di sé stesse, ritiene di saperla più lunga degli scrittori biblici e contesta quel che Dio ha affermato su di esse. Il cristiano, però, accoglie l'inerranza delle Scritture accettando per fede ciò che esse dicono di sé stesse e deducendo da quello la sua dottrina. I problemi risiedono in chi legge le Scritture, non nelle Scritture stesse, nella nostra conoscenza limitata e nel condizionamento che la nostra natura peccaminosa comporta sulla piena accettazione di ciò che le Scritture affermano.

Quando molti considerano le Sacre Scritture, sembra (appare) loro che contenga errori. Molti autori, così affermano che non bisogni derivare la nostra dottrina sulle Scritture semplicemente da quello che insegna su sé stessa, ma che dovremmo tenere conto di quel fenomeno. E se prendiamo seriamente quel fenomeno, ci dicono, non saremo in grando di concluderne che le Sacre Scritture siano inerranti. Sviluppare una dottrina della Scrittura dal fenomeno che appare contenere errori, è talvolta chiamato "tapproccio induttivo" in contrapposizione all'approccio deduttivo. Il metodo induttivo, però, è un metodo scorretto per determinare il carattere delle Sacre Scritture. Certo, esse contengono "difficoltà", problemi, errori apparenti, e non dovremmo ignorarli. Altra cosa, però, è utilizzarli per formulare la dottrina della Scrittura. È importante rammentarci che tutte le dottrine della fede cristiana sono afflitte da problemi. Pensiamo alla Sovranità di Dio, alla Trinità, all'apparente paradosso che Gesù Cristo è sia uomo che Dio. Formuleremo allora quelle dottrine sulla base di quei problemi? La natura stessa della fede cristiana è credere alla Parola di Dio nonostante l'esistenza di difficoltà non risolte. Abramo non riteneva possibile avere un figlio anziano com'era, eppure ha creduto alle promesse di Dio e Dio glielo ha accreditato come giustizia. Il metodo più appropriato per la teologia, di conseguenza, non è quello di sospendere il nostro giudizio fintanto che abbiamo risolto tutte le difficoltà, perché non le risolveremo mai in questa vita. Quando diciamo che la Scrittura non contiene errore e non ci porta fuori strada (è inerrante) incontriamo dei problemi al riguardo, ma ciò che la Scrittura afferma sulla sua stessa veracità, in tutto ciò che afferma, è del tutto chiaro. I problemi dobbiamo certo investigarli, ma il problema siamo noi, la nostra conoscenza limitata e difettosa, non ciò che la Bibbia afferma su sé stessa, e che il Signore Gesù Cristo proclama e conferma costantemente insieme ai Suoi apostoli. Nell'affrontare i problemi non dobbiamo ricorrere all'autonomia intellettuale presumendo che la ragione umana serva come criterio ultimo di verità. Dobbiamo al contrario studiare il problema nell'ottica della fede, della testimonianza che la Scrittura dà di sé stessa. A causa della nostra finitudine abbiamo problemi nel comprendere le profondità della natura e delle azioni di Dio, e la nostra finitudine ci è di ostacolo ad avere una conoscenza esaustiva del mondo di Dio e della natura. Il peccato, poi, ci condiziona sempre, facendoci "reprimere" la verità di Dio e facendoci costantemente mettere in dubbio in un modo o in un altro la sua veracità e rendendoci arroganti nel nostro studio delle Scritture, La differenza fra i critici liberali della Bibbia non è solo accademica, una differenza di punti di vista, né è solo una differenza di presupposti. È pure differenza morale. il liberale legge il testo con una concezione incredibilmente elevata della sua competenza a comprendere gli scrittori e le culture antiche nei più minuti dettagli.