Pluralismo

Articolo IFED

Non è facile dare una rigorosa definizione del termine pluralismo. Di esso esistono tante accezioni quante sono le idee sul pluralismo. Ci si accontenterà allora di una descrizione legata ad un uso prevalentemente teologico.
Si può dire che il pluralismo è una situazione in cui coesistono diverse visioni del mondo senza che una di esse debba prevalere sulle altre. Mentre le diverse visioni del mondo sono sempre "di fatto" esistite, per il pluralismo devono esistere "di diritto". Nessuna dovrebbe avere un trattamento privilegiato a causa della propria verità o dei valori di cui è portatrice, ma ciascuno dovrebbe trovarsi sullo stesso piano accettando ed integrando l'altra.
Teoricamente non è facile giustificare questo modello, ma in pratica tutti si sentono indotti a manifestare la propria "corrrettezza politica" assumendone le coordinate.

Origini e caratteristiche

Quali sono le origini e le caratteristiche del pluralismo? I fattori che hanno favorito la sua affermazione nel XX secolo sono numerosi.
C'è quello storico dovuto allo sgretolarsi delle certezze del passato. Mentre una volta ci si poteva ancorare a sistemi di pensiero globali che sembravano poter resistere alle insidie del tempo e delle esigenze più diverse, oggi non è più il caso perché il pensiero postmoderno non sembra più avere una pretesa così ampia.
C'è il fattore fenomenologico secondo cui l'apertura ai vari orizzonti culturali obbliga ad una minore rigidezza. I mezzi d'informazione hanno contribuito a far conoscere la molteplicità delle esperienze e a squalificare il dogmatismo ideologico.
C'è infine un fattore pragmatico dovuto alle possibiltà di sopravvivenza della religiosità. Se si vuole che quest'ultima sopravviva, bisogna rinunciare ad ogni pretesa d'assolutezza e adeguarsi alle esigenze dell'universo postmoderno. Occorre che la religiosità si configuri un po' come un esperanto della fede, in quanto solo una simile slavata religione universale, elastica e tollerante può consentire una convergenza tra persone diverse.
Se nel passato ha prevalso il monismo, ora è l'ora del pluralismo. Anziché fissarsi sull'unicità, bisogna infatti valorizzare la diversità e la pluralità. Il pluralismo dev'essere la chiave per la comprensione della diversità delle opinioni esistenti nel mondo. In questo senso non è solo qualcosa di possibile, ma di necessario, al punto che il pluralismo ha assunto i contorni di una forte ideologia cui tutti devono rendere omaggio.
Ci si può chiedere se alla base di tale atteggiamento non vi sia una volontà collettiva di trasgredire la legge. I germi dell'antinomia (l'essere contro la legge) e dell'autonomia (l'essere legge a se stessi) hanno nell'individuo una radice troppo profonda per poter essere accantonati con facilità. Qualcuno potrebbe anche chiedersi se il pluralismo non costituisca un mezzo d'espiazione rispetto alle rigidezze proprie delle ideologie del passato e delle loro contraddizioni. Dopo essersi accaniti contro il diverso, si sente di dover "redimere" tale colpa con l'accettazione di tutto.
Hirschman ha documentato comunque come il pluralismo non sia un segno di progresso, ma di regresso in quanto è il risultato di uno stallo nel confronto tra gruppi contrapposti. In quanto tale non possiede nemmeno una base teoretica adeguata e appare come una "soluzione" pragmatica alla complessità del confronto.
Il pluralismo non va confuso con la pluralità ideologica o confessionale che lo stato civile deve evidentemente riconoscere, ma riguarda la questione di fondo che va al di là d’una semplice constatazione.
L'ideologia pluralista non sembra solo un prodotto del mondo occidentale, ma anche delle intuizioni filosofiche e religiose dell'oriente. Nella religione taoista, com'è noto, i due principi fondamentali yin e yang non sono contrapposti, ma complementari. Giusto non è opposto a errato, verità a errore, capitalismo a socialismo, cristianesimo a paganesimo. Tutto deve stare insieme ed essere visto in modo complementare escludendo ogni distinzione radicale e ogni possibile antitesi.
Il pluralismo sembra anche trovare una sua legittimità nella supposta pluriformità del pensiero biblico. Secondo alcuni la Scrittura stessa conterrebbe concezioni "ora complementari ora divergenti". Le pretese di assolutezza del cristianesimo si sarebbero allora giustificate nel periodo in cui esso esercitava un certo monopolio, ma non avrebbero più senso in una cultura che riesce a cogliere le divergenze del messaggio.
A ben vedere però il cristianesimo non era solo cosciente della molteplicità delle religioni, ma anche dei limiti delle proprie varietà. Esso stabilì dunque i limiti ammissibili della diversità e si oppose alle altre religioni in nome dell'assolutezza dell'Evangelo. La diversità nelle forme di culto, di testimonianza, di stile, di carisma e d'impegno veniva accettata nella misura in cui non contrastava con l'unicità della fede ed ancor oggi esprime la ricchezza del messaggio biblico per la chiesa d'ogni tempo. La pluralità di prospettive è altra cosa rispetto al pluralismo.
La questione non può d'altro lato essere considerata così recente se si pensa al confronto dell'AT con le altre visioni del mondo (Babele), motivo per cui non si può dire che la fede biblica si sia confrontata con la diversità delle prospettive solo in epoca recente.


Osservazioni

Quali osservazioni si possono fare?
Il pluralismo è un’ideologia assolutista. Essa eleva a sistema ciò che invece è solo un elemento parziale della visione biblica. Se il monismo si fissa sull'unicità e minimizza, fino ad escluderla, la pluralità e la diversità; il pluralismo si fissa sul molteplice e minimizza fino ad escluderla, la verità.
In questo senso si sfiora il vecchio problema dell'uno e del molteplice, dell'universale e del particolare, dell'essere e del divenire, del ragionamento analitico e del ragionamento sintetico, dell'apriori e dell'aposteriori. La cultura occidentale ha dedicato a questi temi pagine di ampiezza tale da lasciare senza fiato, eppure ciascuno continua ad essere confrontato da tale questione. Stremati come spesso accade dal rincorrersi e dall'alternarsi delle esperienze non è facile trovare una risposta che soddisfi. L'unicità del dogmatismo sembra onorare la verità, ma questa rigidezza è spesso accompagnata da tendenze intolleranti. La molteplicità del pluralismo sembra d'altro lato onorare la diversità, ma è marcata da elementi di fragilità. Da sola mina persino la possibilità d'affrontare veramente i problemi o di valorizzare le differenze, perché non possiede un criterio per valutarle e molto facilmente si tramuta in qualcosa d'altro.
Il pluralismo è un'ideologia protettiva. Serve a proteggere rispetto a derive di tipo totalitario, anche se il miglior antidoto davanti ai rischi del totalitarismo non è la relativizzazione dell'assoluto, né l'abolizione dell'autorità. Non si tratta di ridurre, ma di recuperare veri assoluti e vere autorità. Non si tratta di comprimere le dimensioni del mondo e appiattirlo, ma dare loro il giusto rilievo. La rimozione di Dio eliminerebbe infatti anche la possibilità di censurare la malvagità e giudicare le azioni dell'uomo. Per evitare dunque simili distorsioni è necessario avere un punto di riferimento che trascenda il mondo stesso.
Il pluralismo è anche un'ideologia impraticabile nel senso che non può mantenere ciò che promette. Essa deve accogliere tutti salvo coloro che rifiutano il pluralismo; deve essere pluralista, ma non con quelli che non sono pluralisti. Come si fa infatti ad includere tutti e quindi anche chi è esclusivo? Il rifiuto del dogma che sembra inizialmente contraddistinguere il pluralismo, dovrà essere messo da parte quando s'incontra chi ha l'audacia d'essere dogmatico. L'ideale del pluralismo sembra stemperare certe tensioni e arrotondare certi spigoli, quasi fosse un'autentica espressione d'amore, ma in definitiva non può mantenere all'infinito una tale impostazione. Alle dichiarazioni di principio non seguono fatti conseguenti.
Il pluralismo appare inaccettabile sul piano epistemologico, errato su quello teologico e ingannevole su quello pratico. Come un sistema senza sistema che s'introduce in maniera subdola nella mentalità dominante, ostenta tolleranza e, come un muro di gomma, non reagisce alle provocazioni, ma a lungo andare non può che reagire.
E' allora necessario andare al di là dell'alternativa monismo/pluralismo, perché la questione non si risolve col rifiuto di uno dei due termini. Ciascuno di essi costituisce infatti un punto d'equilibrio troppo precario per sostenere il pensiero. Perché ci possa essere una vera alternativa è necessario tornare alla Bibbia. E l'unico vero modo di comunicare che essa riconosce è la diversità che si innesta sull'unità, è la specificità che non abolisce le distinzioni ma le collega alla giusta e santa legge di Dio.
La fede cristiana ha affermato in Gesù Cristo la riconciliazione di tutte le cose. Essa non è solo la proclamazione di ciò che va incluso, ma è anche la dichiarazione di ciò che esclude (At 2,12). Una confessione parziale potrebbe anche configurarsi come la negazione dell'unicità di Gesù Cristo e della salvezza e potrebbe far sprofondare nel pantano relativista. Temere questa deriva non significa minimamente arenarsi in un particolarismo giudaico etnocentrico, né in un esclusivismo centrato su se stessi, ma riconoscere la struttura unica della rivelazione di Dio.
Così anche se il pluralismo può segnare a prima vista un progresso nei confronti dell'intransigente fanatismo, rimane un fenomeno ambiguo.
E' necessario qualcosa di assai diverso, qualcosa che possa realmente offrire un fondamento rigoroso.
La visione biblica afferma contemporaneamente il Dio Uno e Trino. Al di fuori della dottrina biblica della Trinità in cui l'uno ed il molteplice sono ugualmente ed assolutamente fondamentali, ogni altro pensiero finisce per essere dialettico. Ecco perché prima o poi bisogna aspettarsi il prevalere dell'uno sull'altro e poi viceversa.
Per la rivelazione biblica invece, il molteplice è vero solo se è legato all'uno e l'uno è vero solo se è legato al molteplice. Solo partendo dalla rivelazione del Dio uno e trino si potrà essere liberati dalla lacerazione legata al vecchio problema dell'uno e del molteplice e valorizzare le diversità senza abolire la verità.

Bibliografia

L. Newbigin, L'evangelo in una società pluralistica [1989], Torino, Claudiana 1995; Albert O. Hirschman, Retoriche dell'intransigenza, Bologna, il Mulino 1990; H.A. Netland, Dissonant Voices. Religious pluralism and the question of truth, Grand Rapids, Eerdmans 1991; P. Bolognesi "Unicità e pluralismo" Studi di teologia n.s. IV (1992) pp. 115-126; C. Wright "L'unicità di Cristo nel contesto della pluralità delle religioni" Studi di teologia V (1993) pp. 98-126; AA.VV., The Unique Christ in our pluralistic world, Seul, Wef 1993; D.A. Carson, The Gagging of God. Christianity Confronts Pluralism, Grand Rapids, Zondervan 1996; J. Dupuis, Verso una teologia cristiana del pluralismo, Brescia, Queriniana 1997.